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Bottiglia e astuccio di Kalinifta, il Negramaro del Salento IGP di Nereo, con il pattern di luminarie a punti colorati
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NEREO

Luci, colori e tradizione: il logo e l'identità di Nereo traggono ispirazione dalle scenografiche luminarie delle feste patronali salentine. Un design che trasforma l'artigianato della luce in un sistema visivo sorprendente, capace di racchiudere in un unico segno i simboli identitari del territorio: luminaria, tarantola, tamburello.

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Nereo

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Il contesto: un vino che nasce da una festa, non da un vigneto

Nereo è una linea di vini del Salento. L'etichetta di vino è una delle categorie più affollate e più conformiste che esistano: fondo avorio, stemma, nome della tenuta in un serif inciso, annata. Un codice che comunica affidabilità e non comunica nient'altro, perché è identico per migliaia di produttori.

Il punto di partenza del progetto non è stato quindi il vigneto, ma la sera della festa patronale: le luminarie, le parature di legno e lampadine che nei paesi del Salento trasformano una strada in una cattedrale di luce per due notti l'anno. È l'immagine che il territorio dà di sé quando decide di mettersi in mostra.

Il segno: un rosone fatto di lampadine

Il marchio è un rosone costruito interamente con punti. Nessuna linea continua: solo lampadine bianche disposte lungo tracciati simmetrici, esattamente come nelle parature vere, dove il disegno non è mai dipinto ma composto punto per punto.

Il risultato regge a due distanze diverse. Da lontano è una forma piena, un fiore, un rosone di chiesa. Da vicino si scompone e si vede la costruzione: cerchi concentrici, archi, gocce. È la stessa esperienza che si fa camminando sotto una luminaria.

Dentro la geometria del rosone convivono i tre simboli identitari del territorio a cui il progetto voleva alludere: la luminaria, la tarantola e il tamburello. Non sono illustrati separatamente — sarebbe stato un collage folkloristico — ma incorporati nella struttura del segno.

Tre etichette, tre saluti in griko

La linea comprende tre vini, e i nomi vengono dal griko, la lingua neogreca ancora parlata nella Grecìa Salentina. Sono i saluti che scandiscono la giornata, assegnati ai vini secondo il momento in cui si bevono.

Kalispera — buonasera — è il Rosato del Salento IGP. Kalinifta — buonanotte — è il Negramaro del Salento IGP, il rosso della linea, e riprende il titolo del canto più conosciuto della tradizione griko salentina. Il terzo saluto completa la sequenza sul vino bianco.

È un sistema di naming che fa un lavoro doppio: distingue i prodotti fra loro e radica la linea in un territorio molto più preciso del generico «Salento», senza doverlo dichiarare in etichetta.

Un fondo e quattro colori per ciascun vino

Il rosone resta identico su tutte e tre le etichette, sempre monocromatico e tono su tono. A cambiare è il fondo, e con esso la quaterna di colori delle luminarie che decorano la bottiglia.

Il Negramaro sta sul nero, con rosso, giallo, blu e verde: sono i colori delle luci accese sul buio, i più squillanti della linea. Il rosato sta su un rosa cipria smorzato, con arancio, verde, bordeaux e magenta. Il bianco su un avorio caldo, con verde, viola e due blu.

Il meccanismo è economico e riconoscibile: un solo marchio, un solo pattern, tre atmosfere. Sullo scaffale le tre bottiglie si leggono come una famiglia; nel bicchiere ognuna ha la sua identità.

Dalla bottiglia al cofanetto

Il pattern non è una texture ripetuta meccanicamente: la densità dei punti cambia da supporto a supporto. Sulla bottiglia è rada, perché il vetro scuro e il liquido devono restare visibili. Sull'astuccio singolo si infittisce e sale verso l'alto, come una paratura vista in controluce. Sul cofanetto da tre bottiglie diventa una parete intera di luci.

Sul nero il sistema dà il meglio di sé, perché i punti fanno esattamente quello che fanno le lampadine vere: si accendono. È la ragione per cui il fondo scuro è stato tenuto anche sui materiali stampati, dove la tentazione sarebbe stata usare il bianco per risparmiare inchiostro.